Le Logge Umbre - Oriente di Perugia - Loggia 'Humanitas' n. 1071


Sul modello dell'antica paideia-archè, riferimento cui conformare tutto uno stile di vita, si andò sviluppando la stessa humanitas intesa come educazione che associa i valori familiari con l'ideale collettivo, presentando ancora rispetto alla paideia una sua specificità nell'elemento della pietas, ossia nella considerazione per i segni divini e la fede nella loro provvidenza.

Questo sentimento religioso, sentito dai Greci in maniera più ingenua e meno profonda, accomunava nella medesima considerazione antenati e genitori, diritto e morale.
Educare dunque significa formare i giovani sull'esempio degli antenati.  

L'importanza degli exempla, come imitazione appunto delle gesta degli antenati, costituisce il compito squisitamente pedagogico tradizionalmente assegnato dagli antichi alla storia. L'espressione historia magistra vitae, coniata da Cicerone in riferimento a modelli ellenistici, risponde all'esigenza di rendere immortale quella storia che insegna a vivere, affinché si perpetuino quelle esperienze da tramandare come guida ai comportamenti.

E tramandare eventi che appartenevano alla storia come esempi paradigmatici fu una pratica che doveva estendersi anche all'esperienza storica cristiana, la quale ne riconobbe l'efficacia educativa nonostante gli eventi appartenessero alla storia dei pagani. È chiaro quindi che gli stessi termini progressio e progressus con i quali Cicerone traduce la parola greca procopè, hanno presso i latini un senso materiale e non normativo: indicano il semplice fatto del procedere e nulla anticipano della concezione moderna del progresso legata alla nozione di futuro come l'orizzonte temporale di un fine determinato. Da questo sguardo retrospettivo ci si rende conto che per afferrare nella sua complessità il senso dell'educazione così come veniva intesa nella tradizione classica, sarebbe insufficiente schiacciare il termine sulla sua etimologia.

Con la parola latina educere (trar fuori) infatti ci si riferiva normalmente allo sviluppo fisico, mentre il termine educare (costruire) stava a significare la cura delle piante, degli animali, dei fanciulli  non a caso questi ultimi assimilati alle piante e agli animali in quanto considerati al pari di questi privi di personalità nel senso in cui oggi intendiamo il termine.

Nel corso del tempo poi il termine educare si contrasse ulteriormente, riferendosi esclusivamente all'addestramento degli animali. Solo con l'inizio dell'età moderna, invece, comincia ad emergere nella produzione discorsiva il termine educazione con un orizzonte di senso che a partire dall'angustia dell'uso originario si estende, utilizzando della metafora soggiacente al tirar fuori, e costruire, l'elemento sotteso del tempo e della progettualità. Sicché oggi, quando si parla in forma generale di educazione, ci si riferisce comunemente all'idea "di uno sviluppo positivo, di una progressione e di una crescita concernente il soggetto individuale e la realtà culturale di cui questo è partecipe".

Non a caso i termini sviluppo, progressione, e crescita  impliciti nel concetto moderno di educazione, attengono a quell'idea di movimento che caratterizza la modernità e che insieme alle espressioni età moderna nuova nascono, oppure acquisiscono il loro nuovo significato, nel secolo XVIII e rimangono validi fino al secolo XIX permeando il concetto stesso di cultura.

L'accezione nuova del termine che sta a denotare il suo distacco dalla antica paideia nasce nell'età moderna come diretta derivazione del principio della soggettività, e si consolida nelle pratiche solo nel secolo XIX. E' il punto di vista della modernità, infatti, che è caratterizzato dalla idea di storia del pensiero come progressiva illuminazione e dalla concezione di progresso come continuo superamento  a delineare il 'nuovo' modo di essere proprio dell'educazione come progettualità; progettualità che la secolarizzazione del tempo (=futuro) e la temporalizzazione della storia (progresso) rendono concettualmente possibile.


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