Il monumento dedicato ai caduti del XX giugno, Giardini dei Frontone, Perugia
I Labari del XX Giugno, conservati presso la SocietÓ Operaia di Mutuo Soccorso
Mariano Guardabassi, Gli Svizzeri in una casa di Porta S. Pietro, Accademia di Belle Arti, Perugia
Il Grifo dopo il restauro
Francesco Cantagalli, Eccidi di Perugia, Xilografia di E. Matania, 1899
Lapide ai caduti del XX giugno, interno della Porta di S. Pietro
Annibale Brugnoli, La capitolazione del delegato apostolico, Palazzo Graziani, Perugia
Opera di Annibale Brugnoli, Palazzo Graziani, Perugia
Napoleone Verga, Gli svizzeri a Porta S. Costanzo, Accademia delle Belle Arti, Perugia
Ettore Salvatori, Monumento a Perugia, 1875, Cimitero Monumentale, Perugia
Napoleone Verga, Gli Svizzeri a Porta S. Pietro, Accademia delle Belle Arti, Perugia
Napoleone Verga, Gli svizzeri al Crocevia, Accademia delle Belle Arti, Perugia
Lapide del Monumento a Perugia, Cimitero Monumentale, Perugia
Il Grifo prima del restauro
Storie dell'Umbria - Perugia e il XX giugno 1859


PERUGIA E IL XX GIUGNO 1859

La morte di Gregorio XVI avvenuta nel giugno 1846 suscitò numerose manifestazioni di giubilo nella città di Perugia che si rafforzarono con l'avvento al soglio pontificio del Cardinal Mastai Ferretti (girava voce che fosse massone, forse iniziato in una loggia di Filadelfia), noto perché era stato Vescovo di Spoleto e avverso della politica gregoriana.

Le aspettative non andarono disattese tanto che immediatamente dopo la sua ascesa egli decretò l'amnistia per reati politici liberando le prigioni di ben 394 patrioti e 605 esiliati risultando essere di impronta liberare poiché, primo fra tutti i governanti d' Italia, e in ciò superando anche il riformista Carlo Alberto:

- mitigò la censura della stampa;
- permise che i laici entrassero nel consiglio dei ministri;
- acconsentì la ricostituzione della Guardia Civica in molte città;
- favorì la costruzione di ferrovie;
- ridette i poteri ai consigli comunali e provinciali.

Perugia, a quel tempo, la popolazione assommava a47.000 abitanti circa, e i liberali ripresero ad operare in modo manifesto a sostegno del governo pontificio. I massoni intensificarono la loro opera di proselitismo, tanto che Francesco Guardabassi, figlio di Mariano morto giovanissimo, ritornò dalla campagna, dove si era ritirato, diventando consigliere comunale e provinciale e assumendo nel contempo l'incarico di  ricostituire con il grado di Colonnello la Guardia Civica (5 luglio 1847), fortemente sentita dal popolo perugino giacché struttura militare al di fuori del controllo del governo centrale.

La Guardia aveva compiti di tutela dell'ordine pubblico, della difesa della città, ed era sempre stata comandata da cittadini liberali, con una particolarità: i sottoufficiali e gli ufficiali sino al grado di tenente venivano eletti con voto segreto dalla truppa mentre gli ufficiali superiori erano direttamente nominati dal Consiglio Comunale.

Era costituita la Guardia Civica da circa 1100 uomini in due battaglioni con 5 compagnie. In questo clima di libertà, allo scoppio della prima guerra di indipendenza a cui aderirono molti stati italiani (compreso lo Stato Pontificio) numerosi furono i perugini, guidati ad alcuni ufficiali della stessa Guardia Civica, che accorsero al nord avendo il loro primo scontro a fuoco a Cornuta paese vicino Treviso.

Con il seguito della prima guerra di indipendenza Pio IX cambiò atteggiamento, facendo dapprima ritirare il proprio esercito entro i confini e - per i conseguenti risentimenti e sommosse - fu costretto poi a rifugiarsi a Gaeta protetto da armate straniere.

Con la costituzione della Repubblica Romana 1849 in Umbria furono eletti numerosi deputati massoni quali Ariodante Fabbretti e Coriolano Monti a Perugia, Giovanni Pennacchi a Bettona, Luigi Pianciani a Spoleto, Carlo Pontani a Orvieto; mentre a Filippo Senesi spettò di presiedere la Assemblea.

Nella Repubblica Romana, come in quella del 1798, prevalsel'idea di libertà, uguaglianza e fratellanza ispirando a questi principi tutte le riforme e provvedimenti adottati quali:
- l'abolizione della tassa sul macinato;
- l'igiene più accurata;
- l'istituzione dello stato civile;
- il riordino degli uffici giudiziari;
- la riforma della procedura penale e civile;
- la riforma agraria.

La caduta della Repubblica e la restaurazione clericaleposero in difficoltà i massoni perugini, in gran parte repubblicani intransigenti, guidati da Annibale Vecchi. Egli fu insigne professore universitario alla Facoltà di Farmacia, e noti sono gli epistolari che ebbe con Ariodante Fabretti, professore di Filosofia e Deputato nella Repubblica Romana.

Il destino di Perugia si iniziava con lo sbarco a Civitavecchia delle truppe francesi, e con la dislocazione di quelle austriache in Toscana, intendendo entrambe stringere in una morsa Perugia.
Di necessità, Francesco Guardabassi dichiarò agli austriaci che la città si arrendeva, ma che protestava fortemente contro la dominazione pontificia.

Da allora al 1859 il decennio rivide una restaurazione papalina dura, anche se questo aumentò l'attività nascosta dei fratelli massoni, sempre sotto la guida di Francesco Guardabassi e Annibale Vecchi. Furono in ciò in parte favoriti per l'arrivo di alcuni piemontesi intenzionati a propagandare la idea monarchica.

In effetti, i fratelli si divisero in tre movimenti:
- il primo definibile di sinistra formato dai repubblicani più intransigenti;

- il secondo moderato, presieduto da Francesco Guardabassi;

- il terzo monarchico.

I Fratelli operarono talora in modo intemperante e vivace fra di loro, anche se poi si riunivano tutti nella Loggia Fermezza (la prima loggia di Perugia, la Fermeté, risaliva la 1811) dove restò M:.V:. Tiberio Ansidei sino al 1859, al quale il popolo dette il nome di 'Nonno dei perugini' per differenziarlo dal 'Babbo dei Perugini', epiteto attribuito a Guardabassi.

All'indomani della seconda guerra di indipendenza caddero le diatribe fra i fratelli e 800 furono i volontari che a più riprese clandestinamente andarono in guerra. Lo stato Pontificio aveva decretato la sua neutralità, ma in tutte le città insorgevano i patrioti, e a Perugia, dopo una tornata in grado di terzo, i maggiorenti delle correnti politiche di cui sopra, decisero di reclamare alla autorità il passaggio dei poteri ai rappresentanti liberali della città.

Il 14 giugno 1859 il centro cittadino era gremito e tra la acclamazione della folla Francesco Guardabassi, Zeffirino Faina e Tiberio Berardi, Nicola Danzetta e Carlo Bruschi si recarono a Palazzo dei Priori ove imposero al legato pontificio, Monsignor Giordani, un mite a cui Roma aveva intimato di prendere tempo in attesa dei rinforzi, la cessione dei poteri costituendo, illic et immediaterun governo provvisorio i cui componenti furono tutti massoni.

Guardabassi presidente; Zefferino Faina, Nicola Danzetta, Tiberio Berardi con un comitato di difesa affidato a Filippo Tantini e Antonio Cesarei; la gendarmeria affidata ad Omicidi Raffaele.

La libertà fu goduta per pochi giorni poiché Mariano Guardabassi, figlio di Francesco, portò la notizia che da Roma stava avanzando un esercito di mercenari svizzeri al cui comando era il Colonnello Schmid, che aveva promesso alle proprie truppe, quale premio al loro valore, il saccheggio della città.

Le forze armate erano scarse in città anche per la partenza degli 800 volontari andati in guerra tanto che fin dal 1 giugno Annibale Vecchi aveva scritto in una lettera la sua preoccupazione, ben sapendo che difficilmente si sarebbe potuta difendere la città.

Fu inviato in fretta e furia in data 17 giugno il Danzetta a Torino da Cavour per una corretta informazione di quanto stava accadendo e per avere sostanziali appoggi politici e militari, ma, al di là delle promesse, l'unico aiuto fu l'arrivo di una certa quantità di fucili giunti da Arezzo. A tal proposito sembra che il Cavour avesse affermato che per il bene dell'Italia era meglio far passare il Pontefice come un carnefice.

Il 20 giugno 1859, alle ore 15 pomeridiane, l'esercito papalino, formato per lo più da truppe mercenarie, arrivò al Frontone (Porta S. Pietro), ove oggi è il monumento al XX giugno; malgrado una disperata difesa sulla ascesa di San Costanzo, attuale sede della Facoltà di Veterinaria, i soldati entrarono facilmente in città. Ai 660 uomini della gendarmeria, molti giovanissimi che imbracciavano per la prima volta un fucile, si unì la gioventù accorsa dai borghi e furono costituite 6 compagnie forti di 180 uomini ciascuna, a cui furono distribuiti i 400 fucili arrivati dalla Toscana, e altri 200 da caccia, facendo sì che la metà degli arruolati seguiva disarmata l'altra metà, comandati nella difesa da tre ufficiali arrivati da Firenze.

Fu predisposto un piano di difesa con posti di vigilanza e di vedetta ed innalzando barricate nel tentativo di cercare una valida resistenza. Le truppe papaline entrarono in città da Porta S. Pietro e in modo sistematico, nel loro avanzare verso il centro cittadino, violarono le case di comuni artigiani e cittadini non facendo alcuna distinzione di ceto o appartenenza politica (a tal proposito si ricorda e ne fu stigmatizzata la gravità in tutta Europa la ruberia e la violenza fatta alla famiglia americana Perkins, ospite di un albergo, a cui successivamente il governo Ponteficio rimborsò i danni arrecati per più di 2000 dollari).

I mercenari saccheggiarono quasi tutte le case incontrate nel loro procedere appiccando ad alcune di esse  il fuoco; fecero violenza alle persone ferendole, schernendole anche sulla pubblica via, e uccidendo non meno di 25 persone, non avendo alcun riserbo né dei conventi né degli ospedali incontrati nel loro cammino. Giunti nel centro della città si abbandonarono a distruggere i locali pubblici presenti e ad invadere il Palazzo dei Priori.

Al contempo, i membri del Governo Provvisorio dovettero prendere la via dell'esilio, fuggendo dalla porta del Bulagaio a piazza Grimana, attuale sede della Università degli Stranieri, trovando rifugio in Toscana (principalmente a Cortona) dove il Guardabassi giungeva dopo 12 giorni con grave difficoltà.

Il colonnello Schmid fu promosso generale e il telegramma del segretario di stato, cardinale Antonelli, lo incensava:

"Ricevo con piacere la notizia con cui ella e la sua brava truppa ha eseguito la missione che le era stata affidata: il Santo Padre benedice lei, gli ufficiali e tutto il reggimento e mi incarica di significarle la sua sovrana soddisfazione".

Allo stesso tempo il Papa proclamava urbi et orbi che le stragi erano "immaginarie e menzognere" definendo i morti come vittime di "truppa che aveva perso il controllo". Il saccheggio terminò il giorno 21, ma gli insulti alla popolazione continuarono ad opera del Vescovo Pecci, futuro papa Leone XVI, che il 23 non ebbe ribrezzo a procedere in processione, peraltro in gran parte deserta per la assenza delle Confraternite e di qualche ordine religioso, fra le baionette straniere e organizzando una processione per onorare, con esequie religiose in Duomo, alcuni morti delle truppe pontificie. La Confederazione Elvetica disconosceva ufficialmente come loro concittadini tali mercenari.

Il primo atto della restaurazione fu la convocazione di unConsiglio di Guerra speciale straordinario che con Notificazione Comunale:

- proclamava il 26 giugno festa della esaltazione al soglio di Pio IX con un magnifico banchetto pubblico durante il quale le truppe gozzovigliarono presso una locanda, quella del Buranelli;

condannava in data 20 luglio a morte e alla rifusione delle spese i massoni membri del precedente provvisorio governo.

Al contrario, le città di Italia furono solidali con Perugia e verso le vittime del 20 giugno. Ad essere solidale fu in particolare Torino dove Ariodante Fabretti era stato a lungo docente universitario e M:.V:., e aveva altresì costituito molti comitati (Milano, Genova, Bologna, Pisa, Firenze, Lucca, Siena, Ravenna), sorti spesso anche sotto la spinta di molte Logge.

Il pugno di ferro fu tenuto da parte del Consiglio di Guerra, e seppur i massoni perugini si intrattenevano e si incontravano con i fratelli andati a Cortona, e il periodo sino alla definitiva liberazione del 14 settembre 1860 non fu certo facile. Il municipio dovette sovvenzionare le truppe, provvedere al loro alloggiamento e alla mensa degli ufficiali, alla riparazione dei carriaggi e alla dotazione delle munizioni con un crescente malcontento e malumore di tutte le classi e ceti sociali.

L'Università rimase chiusa su ordine delle autorità per paura di assembramenti studenteschi, e si arrivò al grottesco con un decreto che impediva alle donne di pettinarsi all'italiana.

Al momento del trattato di Villafranca comparvero come d'incanto sui muri della città manifesti clandestini che inneggiavano alla libertà e, malgrado la censura, i liberali comunicavano fra di loro con una atto provocatorio che caratterizzò il carnevale del 1860 come un periodo di lutto cittadino e non di festa, tanto che tutte le feste e balli organizzati dagli ufficiali furono deserti.

Un manifesto proclamava: "21 febbraio: Perugia che ai lieti dì carnevaleschi raccolse l'animo più amaramente nel desolato suo lutto l'ultimo giorno sentì ispirarsi il conforto di spargere lacrime e fiori sulle tombe dei figli dalle masnade pontificie il 20 giugno trucidati", e in modo spontaneo una imponente schiera di popolo si recò al cimitero per onorare gli stessi.

Dopo pochi mesi, in occasione dell' anniversario della incoronazione di Pio IX, la città fu lasciata al buio senza che venisse acceso alcun lampione in modo da lasciarla "nera come la sottana dei preti".

Con le vittorie di Garibaldi anche a Perugia comparvero le scritte "W Garibaldi" e "W l'Italia", e lo stesso Schmid le comunicò a Roma, ricevendo peraltro l' ordine di restare con le truppe chiuso nelle caserme.

Il 14 settembre 1860 entrarono in Perugia le truppe piemontesi per la stessa ascesa da dove fuggirono i componenti del governo provvisorio.

Fu ricostituita la Giunta provvisoria con la nomina a Gonfaloniere del Fr:. Nicola Danzetta.

A ricordo delle stragi del 1859 fu eretto, nel cinquantenario (1909)un monumento all'ingresso della città per volontà di un Comitato costituitosi nel 1906 e in larghissima parte formato da massoni, presieduto dall'architetto Guglielmo Calderini, che volle questa opera d'arte scegliendone il progetto di Giuseppe Fringuelli, massone e professore della locale Accademia delle Belle Arti (fra i 13 bozzetti presentati).

I fondi furono reperiti con una sottoscrizione, a cui per primi aderirono il Comune con 10.000 lire e la Provincia con lire 1.000. La fusione fu eseguita Roma nelle fonderie Boangirolami, e il basamento è ricavato nella roccia su cui poggia una colonna di 18 metri, fatto con pietra locale di S.Sabina e travertino di Tivoli:

- nella parte anteriore vi sono due figure di combattenti in bronzo: una nell'atto di puntare, e l'altra ferita e barcollante. Sullo sfondo la porta di Perugia;

- nella parte posteriore un fiero grifo soffoca con la zampa la l'idra dalle sette teste e con la sinistra schiaccia la tiara papale;

- sulla colonna sporge un capitello con sopra un'ara fumante.

Sul basamento si leggono due epigrafi: una dettata da Francesco Guardabassi, nipote del Senatore Francesco; ed un'altra in memoria dei Frati benedettini che, ricordandosi di essere italiani, aiutarono in quel giorno i perugini al contrario dei Domenicani, che si dice avessero sparato dal campanile della chiesa di S. Domenico alle spalle di quanti si ritiravano sotto l'incalzare delle truppe pontificie.

Con le celebrazioni del cinquantenario molti Fratelli ritennero fosse giunto il momento di costituire la Loggia 20 giugno 1859, a dimostrazione dell'attaccamento della Massoneria alla tradizione cittadina, e per la difficoltà che la Loggia Guardabassi presentava.

97 fratelli sui 261 trasmigrarono a tale Officina che lavorava nello stesso tempio della Loggia Madre che operò sino al 1928.


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